Fisco: Unimpresa, con modello tedesco resta caos aliquote

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«La tassazione diventa realmente più “leggera” soltanto con un sistema anglosassone e non con un sistema italo-tedesco, in cui si insiste su rimpasti di aliquote che, in ogni caso, graverebbero sempre e solo su redditi, di fatto, molto bassi». È quanto spiega il consigliere nazionale di Unimpresa, Marco Salustri, in un documento in cui analizza l’ipotesi di riforma fiscale allo studio del governo. «La tanto annunciata riforma Irpef, infatti, secondo il modello tedesco, stando alle dichiarazioni, dovrebbe riportare equità in termini di tassazione per gli scaglioni centrali di reddito che ricomprendono la fascia tra i 28 e i 55 mila euro, alla quale si applica un’aliquota del 38%, e quella tra i 55 e i 75 mila euro a cui applicare un’aliquota del 41%. Entrambe le aliquote, appena citate, dovrebbero essere trasformate, presumibilmente, in un’unica aliquota del 36%. Di questa prima modifica Irpef rimane da capire come verranno trattate le spese deducibili e detraibili per i contribuenti ossia se, finalmente, verranno aumentate le aliquote di detraibilità per le spese sostenute per sé e per i propri familiari a carico. Aspetto, questo, da non sottovalutare se si vuole ridurre sensibilmente l’evasione fiscale» spiega Salustri. Secondo il consigliere nazionale di Unimpresa «ciò che non viene colto, come problema principale, è che, più che armonizzare le aliquote degli scaglioni Irpef, si devono decomprimere gli scaglioni stessi. Si prenda, ad esempio, il modello degli scaglioni Irpef degli Stati Uniti d’America. Il sistema americano prevede la tassazione anche delle fasce di reddito più basse fino a 9.525 dollari, con un’aliquota del 10%, ma l’aliquota più alta prevista dal loro sistema è pari al 37%, su redditi oltre i 500mila dollari. Un’aliquota, dunque, ben più bassa della nostra maggiore aliquota del 43% su redditi oltre 75mila euro e di quella tedesca del 45% oltre i 260 mila euro».

Salustri analizza poi l’ipotesi di tassare delle partite Iva per cassa, prospettiva che definisce «ancora nella nebbia: oggi sarebbe impossibile applicare una simile tassazione ai redditi di tutte quelle società che calcolano le imposte con il sistema delle riprese fiscali. È uno dei metodi del calcolo delle imposte tra i più complessi al mondo e, conseguentemente, con un altissimo margine di errore. L’Italia è tra i paesi in cui le imprese impiegano il maggior tempo per l’elaborazione delle imposte attestandosi a ben oltre 260 ore annue.  Una vera riforma fiscale dovrebbe basarsi proprio sull’Ires che grava soprattutto sulle pmi e le micro-imprese, che rappresentano il tessuto economico-produttivo del nostro Paese. Una vera riforma dell’Ires dovrebbe prevedere la deducibilità integrale dei costi, sui quali il fisco possa intervenire in un secondo momento per verificare la bontà o meno degli stessi. Per realizzare questo meccanismo sarebbe sufficiente un sistema di contabilità in cloud, nel quale sia l’impresa che l’agenzia delle entrate abbiano accesso e possano cooperare, in tempo reale, per dimostrare la bontà degli incassi e dei pagamenti. Solo con quanto descritto, in estrema sintesi, sarebbe possibile gestire un flusso di incassi per cassa».

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